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Rebe & Traube

Storia di vino

Un profano alla scoperta del vino 22

Conoscete Hanau? Se la risposta è no, evitate di sentirvi subito in colpa o ignoranti. Non posso dimostrarlo, ma credo che ci siano persone che conoscono Hanau e vorrebbero che non fosse così (ma che cosa contano poi le prove, viviamo pur sempre nell'epoca delle verità percepite).

5 min di lettura

Stazione centrale di Hanau

di William Powell

La città delle dimore signorili è scomparsa

Prima che i pochi sciovinisti di Hanau possano tirare in ballo i fratelli Grimm, von Grimmelshausen o addirittura Rudi Völler, sia detto: ci sono certamente città molto più brutte, noiose e anche strampalate di Hanau. A Chemnitz, per esempio, pare che non si vorrebbe stare nemmeno da morti appesi alla recinzione di un giardino, e si dice che Mönchengladbach non abbia un aspetto promettente nemmeno nello specchietto retrovisore. Ma lì non ho mai abitato, a Hanau invece sì. E naturalmente so anch'io che prima della guerra Hanau doveva essere una bellezza. Con un meraviglioso centro storico e dimore signorili che svettavano maestose intorno alle piazze centrali. Probabilmente era così. Io non c'ero.

Hanau sta migliorando

Quando ci vivevo, Hanau era una cittadina di provincia deturpata, con il fascino di una lettiera per gatti. Anche se nel frattempo molte cose sono cambiate e anche se nelle zone periferiche Hanau (come molte altre di queste perle malconce) ha angoli davvero belli, persino romantici, in qualche modo quell'immagine resta impressa. E finisce per plasmare le aspettative che si hanno nei confronti di un posto così triste ... almeno le mie ... almeno fino a oggi .... be', non voglio dare garanzie per Hoyerswerda, Mannheim o Völklingen, ma le mie aspettative nei confronti di Hanau si sono decisamente alzate di parecchio.

Il caos quotidiano

Tutto è cominciato un giovedì sera, iniziato piacevolmente, proseguito alla grande e concluso in modo magnifico. La migliore delle mogli e io eravamo riusciti a ritagliarci una serata libera e avevamo deciso di trascorrere quel tempo conquistato in modo estremamente classico, sì, quasi stereotipato. Anche se da mesi non avevamo più la minima idea di quali film fossero in programmazione, andassero di moda o fossero imperdibili, volevamo fare un'entusiastica visita al multisala di Hanau e guardarci qualcosa. Non importava affatto se fosse un insensato «film di sparatorie» (una splendida espressione di mia moglie) o una cagata d'autore difficilmente sopportabile con un ampolloso messaggio morale, purché scorresse senza le interruzioni che una serata nella nostra dimora abituale ci riserva regolarmente: «Papà, devo fare pipì!» – «Mamma, credo che in camera mia ci sia un lupo!» – «Perché voi potete guardare la televisione e io no? Perché?!!»

Il negozietto con l'olio

Abbiamo scelto la storia di Florence Foster Jenkins e, siccome mancavano ancora quasi 90 minuti allo spettacolo successivo, volevamo andare a mangiare qualcosa prima del film. Così ci siamo incamminati dal cinema verso quello che persone particolarmente inclini all'eufemismo chiamano centro città, cercando un ristorante adatto. Sorpresi da quei momenti di inaspettata intimità a due, ci siamo persi un po' in chiacchiere e ci siamo ritrovati abbastanza in fretta in una strada laterale mal illuminata, che dal punto di vista gastronomico non sembrava particolarmente promettente. Solo da un minuscolo negozio filtrava luce sulla strada e, guardando più da vicino, abbiamo scoperto che si trattava di un piccolo negozio di alimentari italiano dall'aria sudicia. In una delle vetrine erano accatastate bottiglie polverose di olio d'oliva e grandi barattoli di verdure in conserva. 

Il decantato vino della casa

La seconda vetrina mostrava chiaramente che il negozio doveva essere stato un salone da parrucchiere (un lavatesta dimenticato pudicamente in un angolo era piuttosto rivelatore) e lasciava intravedere un bancone improvvisato e due traballanti tavoli di plastica con le relative sedie sotto qualche tubo al neon graffiato. Nulla che avrei definito un ristorante, una birreria o qualcosa del genere. Alla vista di quelle sedute di plastica non mi venivano in mente nemmeno le parole bistrot, mensa o addirittura bettola. Conosco fermate dell'autobus più accoglienti. Impavida com'è, mia moglie mi ha afferrato la mano, si è diretta subito verso l'ingresso e ha annunciato: «Dovremmo provare qui!» Che dire: la nonna italiana dal largo sorriso che ci ha accolti alimentava la mia diffidenza tanto quanto la cameriera zoppicante che ci ha servito il vino della casa o gli uomini dall'aspetto massiccio che giocavano a carte in una stanza attigua e ci scrutavano attraverso lo spiraglio della porta socchiusa. Ho ordinato i ravioli fatti in casa («fatti poco fa, davvero») e la consorte ha avuto l'ultima porzione del piatto del giorno: risotto. 

Il vino era gradevole, ma niente di speciale: un discreto Pinot grigio del Palatinato, un filo troppo caldo per i miei gusti, e non faceva certo ben sperare per quello che sarebbe arrivato dopo. Poco prima che venissimo serviti, il locale mi ha sorpreso per la prima volta. La nonnina sorridente è tornata da noi e ci ha consigliato, per accompagnare il pasto, un vino diverso da quello nei nostri bicchieri. Aveva un vinello molto grazioso del Friuli, la terra del suo defunto marito («Dio l'abbia in gloria»), che si sarebbe abbinato splendidamente ai piatti che avevamo scelto. Avrei voluto aggrottare ancora un po' la fronte da intenditore e farmi civettuolamente pregare, ma l'amazzone traboccante di esuberanza che mi ha sposato ha esclamato subito: «Ma certo, è un'ottima idea!». 

La nonna e i suoi ravioli

E così la nonnina ha aperto una bottiglia di Ribolla Gialla del Collio, mentre ci veniva servita la cena in piatti leggermente sbeccati. Da quel momento è cambiato tutto. Il cibo era, per usare un eufemismo, divinamente, fantasticamente delizioso, e il vino si abbinava così bene che ho dovuto trattenermi dal versarlo direttamente nel piatto e tenerci semplicemente immersa la faccia per tutta la serata. Mi piace mangiare e mi piace mangiare bene, ma era da molto tempo che non rimanevo così folgorato come su quelle sedie di plastica a buon mercato e sotto quella spietata luce artificiale. Pazzesco! I ravioli erano perfetti, ripieni di foglie di spinaci freschi, dal sapore ben riconoscibile, che accarezzavano una trota che avrei sposato su due piedi, se fosse stato possibile. Ad accompagnarli, mi scorreva sulla lingua un vino bianco incredibilmente secco, che al tempo stesso presentava una nota fruttata leggera come una piuma, fresca e agrumata di limone, e proprio sul finale ricordava in qualche modo il miele. Pazzesco, pazzesco, pazzesco! 

Ho trascorso il resto della serata in una leggera trance, gustandomi una fetta di crostata al cioccolato con un seducente rosso di nome Schioppettino e i racconti molto divertenti dei ragazzi della stanza accanto. Il film, naturalmente, non l'abbiamo mai visto, ma non ci importa ... perché è la scusa perfetta per tornare presto in pellegrinaggio a Hanau, questa perla tra gli spaventapasseri urbani.
 

Die Weinpost

Buon vino. Belle storie.

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