Storia di vino
Una visita spassosa tra i tesori liquidi di La Palma
Quando le nuvole risalgono il cratere come tende delicate e nell’aria si avverte già il sapore salmastro dell’Atlantico e dell’avventura, allora si è quasi certamente approdati nel sud-ovest di La Palma.
4 min di lettura

Quando le nuvole risalgono il cratere come tende delicate e nell’aria si avverte già il sapore salmastro dell’Atlantico e dell’avventura, allora si è quasi certamente approdati nel sud-ovest di La Palma. Più precisamente: alla cantina Bodegas Teneguía, che prende il nome dall’omonimo vulcano, la cui ultima eruzione risale al 1971, quando sputò lava – e, a quanto pare, anche un pizzico d’ispirazione vinicola.
Perché ad aspettarci oggi non è un’arida visita in cantina infarcita di nozioni polverose, bensì: Diego.
Guida enologica, anima della festa, enciclopedia ambulante del vino e probabilmente cabarettista segreto dell’isola.
¡Hola y bienvenidos! – l’inizio di un’allegra carriera enologica
Diego ci accoglie con un sorriso malizioso e la prima regola della viticoltura canaria:
«Chi qui non suda, beve troppo poco!»
E così comincia il nostro viaggio tra filari, bordi di crateri e il sorprendente mondo del Malvasía bianco. Noi siamo una coppia olandese, una italiana, un gruppetto di escursionisti tedeschi, una donna di Madrid e, probabilmente, la versione internazionale dell’Assemblea generale dell’ONU dedicata alla degustazione di vini.
Malvasía – come la lava, ma buono da bere
Nel cuore della cantina Teneguía ci viene subito offerto un Malvasía bianco che non sa soltanto di sole e aria di mare, ma racchiude anche una dose extra di pazienza: questo vino ha fermentato particolarmente a lungo in un serbatoio d’acciaio, acquisendo una profondità aromatica che altrimenti ci si aspetterebbe piuttosto dagli studenti di filosofia.
«Sa di una passeggiata in riva al mare, quando sei a piedi nudi e non rimpiangi nulla», sussurra l’italiana – annuiamo tutti con riverenza. Solo Diego commenta asciutto:
«E questo era il bianco semplice. Da 7 euro. Quando tra poco assaggerete quello dolce, il sole vi splenderà da ogni parte.»
Negramoll – il rosso affascinante dalla gran sete
Poi Diego ci versa un Negramoll – una rarità delle Canarie. Leggero, rosso rubino, di beva piacevolissima. Il vino perfetto per ritrovarsi, un pomeriggio, quasi per caso a inciampare nel tramonto. A detta di Diego, è «il vino per chi non beve rosso, ma vuole comunque dire la sua».
A questo punto il gruppetto di escursionisti tedeschi comincia ad analizzare piccoli calici con grande serietà – mentre la coppia olandese fissa già le etichette con aria vagamente innamorata. E poi arriva lui: il vino dolce.
Malvasía dulce – oro liquido forgiato dal vulcano
Questo Malvasía non è soltanto dolce, è quasi ultraterreno. Imbottigliato in bottiglie da mezzo litro, costa fino a 57 euro – e, sinceramente, li vale fino all’ultima goccia. Già al primo sorso è chiaro: questo non è un vino da dessert, è una poesia che scorre nelle vene.
«Con questo non serve più mangiare», mormora qualcuno del gruppo – probabilmente la donna di Madrid – «basta bere, parlare ed essere innamorati.»

Allevamento ad alberello e orgoglio di radici antiche
All’esterno Diego ci accompagna tra le viti. Qui si pratica l’allevamento ad alberello – una classica forma a cespuglio in cui le viti crescono basse, vicino al terreno. Ideale per questa regione ventosa e arida.
«È come lo yoga per le viti», dice Diego, «tanto sole, poca evaporazione – ma niente da fare per le macchine. Solo per persone con il mal di schiena.» E sorride sornione.
Le 200 famiglie di viticoltori di La Palma svolgono un autentico lavoro manuale. Conferiscono le loro uve – in parte provenienti da viti antichissime, a piede franco – alla cooperativa, dove vengono vinificate. Un chilo di uva da vendemmia tardiva può fruttare qui fino a 7 euro – più di quanto costino alla fine certe bottiglie al supermercato.
Ed è proprio questa la particolarità: la fillossera non ha mai raggiunto La Palma.
Mentre il resto d’Europa nell’Ottocento si affrettava a innestare su portainnesti americani, le viti canarie sono semplicemente rimaste… se stesse. A piede franco. Forti. Fiere. Libere.
La cantina Teneguía – vino dal DNA di lava
Bodegas Teneguía, situata ai piedi del vulcano, è la più grande cooperativa vinicola dell’isola e lavora ogni anno circa 300.000 chili di uva. La cantina riunisce vasche di cemento, serbatoi d’acciaio e botti di rovere, tecnologia moderna e sapere tradizionale.
La cantina fu fondata nel 1950 – un anno prima che vi arrivasse persino una strada. Oggi sono oltre 200 le famiglie che mantengono viva la cooperativa. Le loro viti crescono su terrazzamenti, nelle conche dei crateri, sui pendii lavici – ovunque l’uomo e la natura siano riusciti a mettersi d’accordo davanti a un calice.

E per finire: nuvole che sanno di sale
Mentre assaporiamo l’ultimo sorso di Malvasía, banchi di nebbia risalgono il pendio come veli senza peso. Diego indica le nuvole:
«Eccola che arriva, la nota salmastra. Oggi è puntuale.»
Ridiamo – ma in qualche modo, in quel momento, il vino sa davvero di mare. O di magia. O di Diego.
Se almeno una volta nella vita vuoi bere un vino cresciuto su un vulcano, raccolto con amore da mani umane e le cui radici non hanno mai sentito un accento americano – allora vai a La Palma. Lascia che Diego ti accompagni tra le viti ad alberello, bevi Malvasía dolce e aspetta che le nuvole ti raccontino quanto possa sapere di sale la vita.
Die Weinpost


