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Rebe & Traube

Conoscere il vino

Il vino PIWI è puro futuro

Come può qualcosa di millenario restare vivo quando il clima, l’ambiente e le aspettative cambiano radicalmente? La risposta cresce in silenzio, spesso sottovalutata, e porta un nome un po’ ostico: PIWI.

3 min di lettura

Che cosa sono esattamente i PIWI?

PIWI è l’abbreviazione tedesca che indica i vitigni resistenti alle malattie fungine. Si tratta di viti selezionate in modo da essere naturalmente resistenti alle classiche malattie fungine, come oidio e peronospora. Malattie che nella viticoltura convenzionale devono essere combattute regolarmente con fungicidi, spesso più volte a stagione.

I PIWI, invece, richiedono una quantità drasticamente inferiore di trattamenti fitosanitari. Non perché vengano «lasciati senza chimica», ma perché hanno imparato geneticamente a difendersi da soli. Questo non li rende artificiali, bensì sorprendentemente robusti. Una sorta di sistema immunitario nel vigneto.

L’opportunità per i viticoltori: meno pressione, più libertà

Per le viticoltrici e i viticoltori questo significa soprattutto una cosa: margine di manovra. Meno passaggi per i trattamenti, meno compattazione del suolo, meno dipendenza dalla finestra meteorologica del «per favore, che adesso non piova». In tempi di ondate di calore, piogge torrenziali, carenza d’acqua e nuovi parassiti, non è un lusso, ma una strategia di sopravvivenza.

I PIWI consentono molti miglioramenti

minore consumo d’acqua

impatto dei pesticidi nettamente ridotto

rese più stabili anche nelle annate estreme

maggiore attenzione alla vita del suolo e alla biodiversità

E aprono nuove strade sul piano sensoriale. Perché i PIWI non vogliono copiare a tutti i costi Bordeaux o la Borgogna: raccontano la propria storia.

Le cantine d’Europa e il grande scetticismo

Nelle regioni europee di tradizione vitivinicola, i PIWI sono stati a lungo considerati degli outsider. Troppo sperimentali. Troppo poco «tipici». Troppo giovani. La viticoltura vive di origine, riconoscibilità, aromi familiari. Ed è proprio qui che nasceva il conflitto: che cosa succede quando tradizione e necessità si incontrano?

Lentamente, molto lentamente, il quadro sta cambiando. Non perché i PIWI siano «migliori», ma perché sono sinceri. Non si adattano all’etichetta, ma al luogo. In un’epoca in cui le varietà classiche soffrono il caldo o perdono acidità, i PIWI diventano improvvisamente interessanti: non come sostituti, ma come complemento.

Uno sguardo globale: la viticoltura sotto pressione

A livello globale, la pressione è ancora più evidente. Le regioni con carenza d’acqua, temperature in aumento o parassiti più aggressivi difficilmente possono permettersi una difesa fitosanitaria intensiva, sia sul piano ecologico sia su quello economico. È proprio grazie ai PIWI che in queste zone diventa possibile una viticoltura a lungo termine. Non in modo spettacolare, ma pragmatico.

Delinat e la visione d’insieme

L’azienda vinicola svizzera Delinat si occupa da decenni proprio di queste domande: come si può produrre vino senza impoverire i suoli, sprecare acqua o distruggere gli ecosistemi? I PIWI hanno un ruolo in tutto questo: non come promessa di salvezza, ma come tassello di un sistema più ampio fatto di biodiversità, suoli vivi e interventi minimi.

Che sapore ha tutto questo? Un viaggio nel calice

Per una piccola degustazione invernale sono state portate in tavola 5 bottiglie, mentre una sesta è stata tenuta da parte per quando farà più caldo. Perché non sono solo le condizioni nel calice a influenzare in modo determinante la percezione e le possibilità di apprezzamento: anche la temperatura esterna cambia la prospettiva sull’insieme. Non a caso, in vacanza i vini sembrano straordinari, mentre lo stesso vino, a casa, suscita appena un tiepido entusiasmo. Così l’avventuriero di nome Aventura rimane accuratamente chiuso. Tutti gli altri devono sottostare ai consueti criteri e svelare subito colore, persistenza e compagnia. 

Koo Kuu Rosso
Un vino che dimostra come la resistenza non abbia nulla a che fare con la durezza. Mandorla e ciliegia dolce incontrano la prugna secca, l’acidità tiene insieme il tutto, l’alcol è caldo e ben integrato. Il finale persiste a lungo, senza diventare astringente. Nessuna esibizione di muscoli, piuttosto un’eco pacata.

Koo Kuu Bianco
Miele. E in abbondanza. Quasi nessun frutto, ma una dolcezza vellutata, quasi amabile, senza risultare stucchevole. Un vino che non teme di essere accessibile. Perfetto per chi dice: «In realtà il vino non mi piace», e poi, all’improvviso, cambia idea.

Savian
Rabarbaro, erbe aromatiche, un naso piuttosto discreto. Non un vino che si impone a gran voce, ma uno che si rivela lentamente. Fruttato ed erbaceo, con una propria identità, quasi una conversazione anziché un monologo.

Mariage Rouge
Ricorda il Pinot nero, senza imitarlo. Morbido, vellutato, con un’acidità fine. Un buon esempio di quanto i PIWI possano risultare familiari senza perdere la propria identità.

Resistente
Al naso piuttosto discreto, al palato rivela poi note di confettura, con ciliegia e pienezza fruttata. Nessun fuoco d’artificio olfattivo, ma un gusto sincero.

I PIWI raccontano il futuro, divertendo

Forse il prossimo punto è quello davvero decisivo. I PIWI non sono una questione morale, ma pratica. Non vogliono impartire lezioni, ma funzionare. Permettono di produrre vino con meno pesticidi, più serenità in vigneto e nuovi aromi nel calice.

E restituiscono qualcosa che nel vino a volte si perde: la curiosità. Assaggiare senza schemi. Bere senza la pressione delle aspettative. Il vino come gioco, non come status symbol.

Il futuro del vino non sarà esclusivamente PIWI. Ma senza i PIWI sarà difficile immaginarlo.

Die Weinpost

Buon vino. Belle storie.

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